


Ce n’erano tante esposte sull’altare della Chiesa dei Cappuccini, altre erano nella cappella della Madonna del Rosario e altre ancora custodite nel convento, più qualcuna, autentica ma non autenticata, in possesso di privati. Un abito, una ciocca di capelli, quattro purificatoi, un fazzoletto e due corporali con tracce di sangue e lacrime, un mantello, un paio di calzini e molte altre. È legittimo chiedersi perché tante reliquie di Padre Pio a Pontremoli, iperbolicamente più che al convento di San Giovanni Rotondo dove lo stigmatizzato ha trascorso l’intera vita da frate senza mai allontanarsene. Non c’è dubbio che nessuna chiesa del territorio possa vantarne tante di nessun altro santo. L’autentica, che dà legittimità di esporle alla pubblica venerazione dei fedeli, è stata fatta lo scorso anno dal Postulatore generale dei Cappuccini.
Prima di svelare il piccolo mistero, la sera di giovedì 22 settembre, vigilia dell’anniversario della morte e della festa liturgica del Santo, nel corso di una tavola rotonda don Pietro Pratolongo ha approfondito la storia e la teologia della devozione alle reliquie fin dalle origini del cristianesimo, con le sue traversie, le devastazioni barbariche dei santuari, le traslazioni, la distinzione tra quelle fisiche e quelle per contatto, la legittimità teologica e gli abusi talvolta in cattiva ma più spesso in buona fede. In conclusione le reliquie sono segni della presenza delle persone che hanno vissuto e dato la vita per Cristo; qualcosa di loro che giunge anche a noi; la fede nella risurrezione.
Mons. Silvano Lecchini ha ricordato la visita a Padre Pio compiuta con mons. Giuseppe Fenocchio, dopo il Congresso eucaristico di Catania, accompagnati da padre Michelangelo Bazzali da Cavallana, confratello come tanti e amico come pochi del frate santo, che lo definiva con simpatica ironia “la barba più bella d’Italia”. Tre giorni in convento vivendo con e come i frati. Poi il cappuccino di Filattiera propose una visita al santuario di S. Michele Arcangelo sul Gargano e, alle titubanze del Vescovo, Padre Pio avrebbe commentato con una battuta: “Se non ci va di qui, ci andrà di là”. Così andarono. Alla fine di ogni Messa, lunga, faticosa e sofferta – ricorda mons. Lecchini – dall’altare spariva tutto. “Furti” di reliquie appunto. Era assolutamente vietato. Ma sarebbe stato un peccato mortale di omessa devozione non approfittarne. Vero, monsignore?
E con padre Aurelio Rossi, il frate dei mercatini per le missioni? Complice è sempre Michelangelo, l’amico fraterno. Si accordano e vanno, nonostante l’esplicita proibizione dei superiori che, quando sono intelligenti e comprensivi, affermano: “Vai, ma io non ne so niente”. Aurelio commenta: “Pover’uomo, perseguitato da tutti, clero, laici, confratelli frati e vescovi, a dover difendere con i denti i soldi inviati per l’ospedale Casa sollievo della sofferenza”. Gli diede il braccio a scendere dalle scale dopo la medicazione delle piaghe delle stigmate. “Ero emozionatissimo e non riuscivo a parlare, tanto che il Padre mi apostrofò: ‘Ma allora sei venuto a prendermi in giro?’. Quella confessione mi ha convertito”, quando tutti sanno che convertire un frate è impresa semidisperata . Devoto? Addirittura tifoso! Non lo dice, ma nessuno crede che anche lui non si sia ritrovato tra le mani qualche ricordino.
La ragione di quel cumulo di reliquie? chiede a conclusione della tavola rotonda Paolo Lapi. “Una grande amicizia”, tra due uomini – uno stigmatizzato nel corpo, uno piagato nell’anima – cui il Signore ha concesso la grazia di incontrarsi, stimarsi e volersi bene. Padre Michelangelo ha “rubato” oggetti a man bassa dalla sagrestia e dalla stanza cui aveva o si prendeva libero accesso, nella totale consapevolezza dell’amico e violando, per fortuna, senza scrupoli tutte le leggi del voto di obbedienza. Se li è portati appresso ovunque e poi li ha regalati al convento e alla chiesa di Pontremoli. E da qui dovremmo cominciare a scriverne la storia. E a descrivere anche la grandiosa festa del giorno dopo.
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articolo de "Il Corriere Apuano"