Ucciso dallo spasimante della moglie Lei telefona: è nel bosco. E lui spara
27/11/2007
Ucciso dallo spasimante della moglie Lei telefona: è nel bosco. E lui spara
PONTREMOLI. Lui le aveva detto: «Ti farò felice e ucciderò tuo marito fingendo un incidente di caccia». Lei lo ha preso in parola. Gli ha telefonato alcuni mesi dopo, alle 2 di un pomeriggio di sole, il 17 novembre scorso. «E’ il momento giusto, mio marito va nei boschi da solo».
La cronaca è, poi, quella di un omicidio: il 49enne Maurizio Cioni, magazziniere in un’azienda di Spezia, ritrovato cadavere in mezzo ai rovi e alle ghiande sopra al cimitero di Pallerone, nel cuore della Lunigiana, a pochi chilometri dal centro di Aulla.
Ma anche di un suicidio, quello dell’amico fraterno, l’uomo che ha portato a spalla la bara di Cioni e che, pochi giorni prima, aveva premuto contro di lui il grilletto di un fucile a calibro 12 caricato a pallettoni: Giordano Trenti, 51 anni, si è sparato al petto domenica scorsa, a 100 metri da casa.
E’ soprattutto la cronaca di un arresto, per concorso in omicidio volontario. In manette è finita la moglie del cacciatore ucciso nel bosco di Pallerone, Clara Maneschi. Ha confessato tutto, il matrimonio in crisi, il rapporto sempre più stretto con l’amico fidato, l’idea di uccidere il marito. Che si era invaghito terribilmente di lei: al punto tale di ucciderle il marito per farla felice, e magari rendere possibile una storia d’amore tra loro. Una storia che lei nega ci sia mai stata. Forse proprio questa consapevolezza deve averlo spinto domenica a mettere fine a dolore e rimorso con il suicidio. Ma senza tirarla mai in ballo, neanche nelle lettere di addio, estremo atto d’amore.
Lei, Clara, ha detto ai carabinieri che alla fine sperava Giordano si costituisse. Lui invece si è ucciso e lei è crollata.
La confessione. Clara Maneschi, 44 anni originaria di Tavernelle (nel comune di Licciana Nardi in Lungiana) ha lasciato la caserma dei carabinieri di Pontremoli dopo 10 ore di interrogatorio. La donna di ghiaccio, che aveva insospettito i militari per la freddezza dimostrata il giorno del ritrovamento del corpo del marito, è uscita dalla caserma barcollando. Con il volto rigato di lacrime. Quelle che fino ad allora non aveva mai pianto. In nessuno dei sette lunghissimi giorni di una vicenda che i carabinieri di Pontremoli ora non esitano a definire «un delitto passionale». «Un giallo risolto», dirà il capitano Antonio Ciervo.
Un corpo nel bosco. Tutto comincia domenica 18 novembre: i carabinieri ritrovano nel bosco sopra al cimitero di Pallerone il corpo senza vita, trapassato da un colpo a palla all’altezza del cuore, di Maurizio Cioni. Gli amici (fra cui il suo assassino Giordano Treni) lo stavano cercando dalla notte prima nel versante spezzino. Viene subito ipotizzato un incidente di caccia: «Un omicidio colposo, di quelli che - diranno gli agenti - qui da noi purtroppo se ne vedono parecchi». Ma il fatto strano, che getta un’ombra di giallo in questa storia, è che nessuno si costituisce: nel mondo dei cacciatori c’è un codice e se, per sbaglio un colpo raggiunge l’amico o il compagno di battuta, si va subito a confessarlo. Questa volta no. A complicare la cosa ci sono i contorni, precisi, del bracconaggio: quel giorno in cui Cioni è stato ucciso si sarebbe potuto cacciare solo di frodo. E’ da qui che si comincia a indagare. Ma vengono sentiti anche gli amici, i colleghi cacciatori e la moglie del Cioni. La donna concentra subito su di sé alcuni sospetti. «E’ stato il suo distacco a impressionarci - diranno poi i carabinieri - Era come se sapesse qualcosa di più di quell’incidente in cui aveva perso la vita il marito».
I primi dubbi. Nell’elenco dei sospettati finisce, da subito anche Giordano Trenti. L’amico di Maurizio, quello che si era preso cura di Birba, la cagnolina di Cioni che aveva vegliato il padrone morto per tutta la notte, dormendo sul suo petto. A inguaiarlo sono i tabulati dei cellulari: segnalano due chiamate fra Giordano Trenti e Clara Maneschi. Alle 14 e alle 15,45 del pomeriggio di sabato 17 novembre. Un particolare interessante visto che è stato accertato dal medico legale Cioni è morto fra le 14,30 e le 15,30. In 20 secondi: il colpo esploso dal fucile a pallettoni gli ha reciso la aorta, i polmoni ed è uscito in fondo alla schiena.
I sospetti sull’amico. Trenti viene interrogato a lungo. Agli inquirenti confesserà di aver visto l’amico Maurizio la mattina stessa dell’omicidio, al canile di Vezzano dove Cioni era andato per prendere la sua Birba, ma di non essere andato a caccia con lui. Fondamentale diventa anche la deposizione della moglie di Trenti: lei racconterà che il marito quel sabato 17 novembre era andato nei boschi, ma senza i tre cani setter che portava sempre con sé a caccia. Il cerchio si stringe su Giordano Trenti, è uno dei principali sospettati insieme ad altre tre persone. Per due volte i carabinieri perquisiscono la sua abitazione, ad Arcola. E la seconda volta sequestrano le sue munizioni, quelle cartucce a palla che avevano all’interno un sabot di plastica, dello stesso tipo rinvenuto sotto la schiena del cadavere del Cioni.
Il suicidio. Dopo giorni carichi di tensione il colpo di scena. A una settimana esatta dal ritrovamento del cacciatore ucciso a Pallerone, alle nove di domenica mattina Trenti viene trovato senza vita a cento metri da casa. Si è sparato, con un fucile a pallettoni, un colpo all’altezza del cuore, proprio come quello che ha ucciso Maurizio. Per farlo ha dovuto piantare l’arma a terra e indirizzarla in alto, al cuore.
Due messaggi senza la verità. I carabinieri trovano due lettere d’addio: una in tasca, un’altra nel cruscotto della macchina. Due biglietti affettuosi, fin troppo per gli inquirenti: Trenti chiama la moglie «amore», dice alla famiglia «voi siete fantastici, mi perdonerete». E poi due accenni precisi alla morte di Maurizio Cioni: «Non mi interessa se trovano l’assassino». «Io non so chi l’ha ucciso ma questa cosa è troppo pesante per me, non riesco a sopportarla».
Quei due messaggi non aiutano certo le indagini. Ma i carabinieri li leggono in controluce e decidono che è il momento di riascoltare la moglie di Cioni. E nella nottata di domenica arriva la confessione. Carichi anche di particolari agghiaccianti. Dopo aver ucciso Maurizio, Giordano - racconta ai carabinieri - l’ha chiamata e le ha detto: «Ho sistemato tutto, ti renderò felice».
Un terzo uomo? Un finale tragico ma le indagini non sono ancora concluse. Nella complessa vicenda può esserci anche un terzo uomo. Che, secondo i carabinieri avrebbe potuto fare da esca per attirare Cioni nei boschi di Pallerone. O che potrebbe addirittura essere stato in quei sentieri il giorno dell’omicidio. E che forse conosceva Clara. Quella donna dal volto tirato e i capelli ossigenati per la quale il suo avvocato, Andrea Corradino, (insieme a Debora Cossu) si affretta a dichiarare: «Non è una Circe». Forse Clara è solo una donna disperata, che non ne poteva più di quelle violenze domestiche di cui ha parlato ai carabinieri. Ha trovato un amico che l’ascoltava, che la faceva sentire importante. E che per lei ha fatto l’impossibile. «Non ci posso credere - ha detto - che tutto questo sia successo davvero».
« Torna indietro