Non capita spesso che un cronista, di fronte ad un evento al quale abbia assistito in prima persona e con la consapevolezza di doverne riferire, si trovi in difficoltà a cercare le parole giuste. E il tutto diventa ancora più difficile quando sulla possibile cronaca viene ad aleggiare l’esigenza del confronto, del parallelo inequivocabile con quanto consumato solo un paio di settimane prima, soprattutto se i riscontri sono stati inoppugnabili e la possibile critica può essere rivolta a particolari, forse significativi, ma ininfluenti nel giudizio complessivo.
Allora la mente si fissa sullo spettacolo, sull’incredibile serie di sequenze che danno il giusto valore alla manifestazione, condita fin che si vuole di diatribe rionali, ma completamente votata ad assorbire gli effetti della consumazione del rito, al di là e al di sopra del gioco delle parti, per assaporare il momento fin nei minimi particolari.
Ed il gioco è stato perfetto: l’accensione corale dai magici effetti tribali, l’esplosione della fiamma subito dirompente verso il buio del cielo, gaudiosamente terso, e pronto ad ospitare un tripudio inesausto di falupe, che si staccavano dalle lingue di fuoco quasi vogliose di andare a fare parte della miriade di stelle; la consunzione geometrica della pira, mai intaccata nella sua perfezione neppure dalla prorompente forza della fiamma che scuoteva l’ambiente dintorno, distribuendo un serafico calore.
Difficile però essere pienamente parte concreta dell’evento, tanta la meraviglia, tanto il desiderio di essere dentro il tripudio di cori inneggianti a San Geminiano, soprattutto liberatorio dei timori che un tempo infame potesse compromettere un impegno più vicino all’assurdo.
Una gioia concreta, palpabile nei commenti goduti di una folla eccitata, diversamente distribuita anche nella controparte, per qualcosa di superbo, finalmente chiamato a fare il paio con il logico contrappunto.
Per percepire che solo una perversa verve polemica doveva trovare ad ogni costo argomenti per stilare una classifica che premiasse in tutti i modi una delle fazioni.
Per concludere che, forse, mai come quest’anno, foriera una stagione finalmente neutrale negli effetti, ci era stato concesso di godere appieno dei più alti sensi della ritualità, appagando in entrambi i casi l’innato desiderio di bellezza, la voglia di vedere premiato con il meglio l’impegno di chi sacrifica tempo, lavoro, ferie, famiglia e quant’altro per lottare con l’ostilità del clima, il pavore dei crinali scoscesi, l’immane fatica nella raccolta dei “bochi”, i patemi del trasporto, le notti all’addiaccio a sconfortare le possibili scorribande, la costruzione della pira e tutti i dubbi collegati alla metereologia perversa di gennaio e cogliere alla fine il premio agognato, tale solo se tutto procede come a lungo sognato.
Ed è stato davvero come un sogno, un sogno doppio che si esalta nella macerazione continua delle sensazioni e gratifica soprattutto Pontremoli, cui compete oggi più che mai, nella compiutezza di auspici confortanti, dare il dovuto a chi è parte sostanziale del ripetersi della tradizione ed ad essa continua a credere, costi quel che costi, per guardare al futuro.